Stai sfogliando l'archivio mensile di settembre 2010.

Josephine Sacabo

Forse è perchè le tue braccia
ancora pendono
sul mio capo tiepido e pesante

Questa non è una curva

Questo non è un anello

Forse questo è il tuo tocco

che mi fa respirare così profondamente

nell’età oscura del riposo

                                    la luce ridotta a pallore mi trattiene legato all’àncora 
                                                  di questa maledetta dissolvenza che annebbia
                                                               [Com’è lui, con che occhi ti ha cercata
                                                                                        e le mani, ha le mani?]

                                                                                         Sebastiano A. Patanè 

.

“l’inaspettato” potrebbe essere il mio silenzio

lo stupore nasce spesso dagli occhi che sanno il pianto
asciugati facendo sbadigli

eccolo di nuovo lo stacco

immancabile stanchezza di vedere

o essere guardata come oggetto – di vetrina
riparto dallo straccio
mi incurvo a cascare da voli ricomposti

spoglia  oltre la presenza illuminata

Gabriel Pacheco

mi resta una pietra per centrare il bersaglio
eppure lo dipingo a colori
tra nebbie che ho scartato

.

una porta il vento e scoperchia i tetti
tra le ferit(oi)e cerca riparo
fa compagnia ai pochi pensieri
sparsi come vecchie scarpe
spaiate, disseminate
lascia ammutoliti a volte
i semi seccati


Ben Gossens

tornando foglia ora accaduta

spogliarsi dell’abito verdeggiante

la bellezza è solo stanchezza insonne

allungare il passo all’ombra

alleggerire l’ansia della corsa

mai perdervi

candele accese dietro una vetrata

voce di pietra preziosa soffiata

nel mio tabernacolo provvisoria e stretta.

come pensare a un orlo mentre mi sei abito

all’asola quando apri ogni mio pensiero al giorno

Anna Maria Salvini

.

Giocose, variopinte come i pavoni

una in caduta libera al centro della mano

ha lasciato un segno breve

come fosse un cubetto di ghiaccio

una grandine in pieno settembre

piume per voli improvvisi

incurante del peso-materia

scivola come linfa, sangue

nel mio tronco tinto di rosa antico

commoZione tra pareti di breve sostanza.

inseguo i miei occhiali
non ricordo dove li ho lasciati
li ritrovo miopi ed insicuri
tra fogli accartocciati

.

sono viva per miracolo
ho difeso un ragazzo dalle sue ombre
sono scesi dall’auto, volevano picchiarlo
mi hanno gridato di farmi i fatti miei
ho temuto per le nostre vite
poi sono andati via quegli occhi vili

.

soccorsa da una voce di pietra

ho proseguito il cammino.

Mia madre ha fuso cioccolato dentro i miei occhi
rimestato a fuoco lento mentre bruciava parole e rime
l’acqua che scorre intorno alla mia pietra
riporta ancorati i suoi rami.
Lei di legno
è un albero fatto di radici tese
versa la profondità dall’alt(r)o.
Mille promesse alla vita invento
ho ancora rose tra i capelli
Ogni sera lei me le scioglieva
per metterle al balcone sotto le stelle
accendeva il suo mare.
Separazione attesa e ritorno
morbida distanza tra le coperte fiorite di limoni.
Una lettera insperata mi ribalta
il presente è passo del passato
-Scegli
tu figlia mia -
Una fascia d’acqua cristallina ieri
arcobaleno il mio oggi incompleto dentro quel mare intatto
Vorrei chiudere il cerchio
aprirmi la f(r)onte
farmi adesso acqua e marina.

una perla che goccia dall’albero che sfittisce

lo scroscio di applauso nel cupo del mattino

nel rosso dell’uva pigiata impazzite

mosche ballerine cercano il bandolo

della matassa di migranti e ormeggi

omaggiano la memoria in raccolta

le scaccio, le schiaccio

devono dimenticare la strada germana

il freddo riottoso sia mio luogo di sirena.

Jennifer Gordon

il territorio del distacco
scavato a mani piene
tenta di stabilire se
le zebre sono bianche a righe nere
o nere a righe bianche
e se il bicchiere vuoto va riempito
con la volontà di esistere oltre

il petalo offerto della rosa

stretto al petto come a(r )ma reietta

una lancia nascosta da sguainare

tra le pieghe di sorrisi di gelo

Jamie Heiden

la memoria già scolora

il gomitolo di lana tra le mani

lo stringevi al petto quasi una reliquia

lasciami avvolgere un giorno ancora

in tua compagnia fammi restare

ed io a dirti non possiamo restare sotto il tavolo

e tu allora vai a prendere gli spartiti, fai presto

eccoli gli spartiti, in ordine

ora andiamo, si fa sera

le ho dato il braccio

appena la porta si è chiusa si è stretta nella giacca

ora sei di casa figlia mia

non ho avuto il coraggio di dirle che non sono

la visione che torna e vive la mente

ci siamo avviate in fretta lungo il cortile

ciascuna senza fogli di via

17 settembre 2010

 

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