elina:

grazie per questa voce

Originally posted on Nicoletta Nuzzo:

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Quando il corpo della realtà si sgrana e allenta il suo abbraccio, che tante volte nell’infanzia era stato tutt’uno con il corpo della madre, affiora il vuoto e insieme ad esso per fortuna una nuova ricerca di contatto, di fusione. Si acuisce così un sesto senso che lavora per immagini e che per attimi ci porta alla visione, ad altri “momenti d’essere” in cui ogni cosa è inizio e continuazione di un’altra e questo accade anche con la scrittura che dà unità e durata a ciò che era stato interrotto.

Sono tanti i momenti d’essere che Elina Miticocchio narra con i suoi versi nella sua nuova raccolta Semi di parole (Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi, nella Collana Exosphere Plaquettes, 2015), accanto a lei la voce narrante è quella di una bambina-figlia-madre che le porta protezione con “una innocente memoria” mentre lei stende davanti al vuoto ”un…

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Gentili lettori,

per i tipi dell’ Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi, nella Collana Exosphere Plaquettes, è uscita una mia breve raccolta dal titolo “Semi di parole”.
Chi fosse interessato a leggerla e/o regalarla può scrivermi, in pvt, oppure rivolgersi all’Associazione, scrivendo a exosphere@virgilio.it.

Grazie a chi ha mostrato gioia per le mie parole e a quanti vorranno leggere.

elina:

eccole…sono arrivate!!

Originally posted on La lepre e il cerchio:

semidiparolecoverEsce per i tipi dell’ Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi, nella Collana Exosphere Plaquettes, la plaquette di Elina Miticocchio “Semi di parole”: una pubblicazione da collezione, fatta di grani preziosi. Immersa nella luce e nei chiaro-scuri tipici della poetica della Miticocchio, si snoda in un percorso breve, composto da un numero limitato di testi scelti che esaltano tutte le peculiarità della poetica di questa Autrice. Abbarbicati al ricordo infantile dei giochi e delle parole, striati di nuvole e punti neri di rondini nel cielo, i versi brevi si susseguono pervasi da quiete e pressante incalzare di voci e sapori, odori del tempo andato e di vecchie cucine, di presenze ferme nel transito di una bellezza sospesa. Osserva minuzie e ricorda, guidata da una voce che come esterna a sé si svolge, la parola. E mette le ali, le stesse che dentro si aprono sul mondo sensibile, le stesse che suonano…

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Kunito Imai ph.

Kunito Imai

Pensò ai venti della vita, perché ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libecci, lo scirocco che accascia, il vento gelido di tramontana.
Aria, pensò, la vita è fatta d’aria, un soffio e via.
Antonio Tabucchi

Ho letto e riletto il lungo e denso iter poetico di Angela De Leo edito da SECOP edizioni e ancora fresco di stampa.

L’autrice lo indirizza e lo dedica in apertura di testo “a quanti amano Poesia” ed io, piccola sua compagna di viaggio, desidero condurle il mio personale percorso di lettura nonché l’ascolto.

Cercherò di delineare e rendere quasi corporea le immagini che sono scaturite dall’analisi dei suoi testi che vorrò raccogliere come in un cerchio di figure-simboli.

Partirò dall’ OMBRA. L’ombra simbolo emanazione di noi stessi, incombe come un nero abisso e reca spavento, potrebbe annientarci, cancellando la nostra fragile sembianza.

Accade che all’ombra porti guerra un angelo azzurro.

Le ombre sono tante e l’angelo si chiama SOGNO.

Attraverso il sogno ciascuno riesce a tenere per mano l’ombra che diventa energia e vita, nuova vita.

L’ombra nera, baciata dall’angelo azzurro, diventa SPAZIO del VIAGGIO.

Nell’ombra si scorgono le luci e le voci, le voci portano respiro, il respiro diventa scrittura delle voci.

Chi, come l’autrice, gioca con le ombre ritrova intatta se stessa, gioisce del giardino roseo delle tante oscurità ed età, delle attese, in un incanto leggero e arioso.

L’abisso non invade lo spazio del foglio bianco da riempire con sussulti, dediche, nodi d’amore.

La pagina vive del gesto coraggioso e tenace di scherzare “al gioco improvviso di parole/ faccio capriole” e una luce la sfiora e riluce e ricuce la tela di un’esistenza che arde per la mai spenta Poesia.

 7/06/2015

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copertina

Immagine di Daria Petrilli daria-petrilli-spying-in . «Bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile. Ma non esiste un sogno perfetto. Ogni sogno cede il posto ad un sogno nuovo. E non bisogna trattenere alcuno». Hermann Hesse

La raccolta di Elina Miticocchio, Per filo e per segno, edita dalla casa editrice Terra d’ulivi, si apre con questa frase in esergo. Qui l’invisibile prende posto affianco al corpo di chi scrive e di chi legge, rendendo possibile il miracolo di un rispecchiamento sempre nuovo, perché la poesia lambisce aree di vissuto e di non vissuto, di conscio e d’inconscio, un patrimonio di esistenza cui la scrittura poetica attinge e in cui cammina, aprendo una sua strada. Si assiste, srotolando il filo delle parole e dei silenzi non occupati dalle parole, al miracolo di un paesaggio in cui la visione ad intra e ad extra sembra combaciare: “Nella bocca una rinascenza/ritorna il cuore alle stanze del cielo/all’infinito corpo che in cerchio navighiamo”. E poco più avanti “ al becco del passero tra le foglie quel biancore/ appreso alle ali (mi)è benedetto/riscrive le radici del mio albero/ e del mio tutto tempo  resto  ascolto”. Se la poesia è il precipitato del nostro vissuto più profondo e segreto, essa è forse anche il luogo privilegiato per dare asilo ai nostri sogni ondivaghi, ai fantasmi metamorfici dei nostri desideri, anche a quelli che non si realizzeranno mai. L’autrice sembra distillare in calma olimpica i passi, i salti, i respiri, di uno stato di meraviglia che nel contempo è stazionamento, accettazione di una sorta di stasi, ed è transito e conquista di viaggio, un affacciarsi, come se la ‘casa’ da cui si scrive  e in cui si vive fosse nave, come se la finestra sul mondo fosse collocata in una sorta di terzo occhio che vede ciò che altri non vedono. Un gioco di svelamento e di rinascenza, di quaderni non scritti, di pensieri e di emozioni, inondano uno spazio bianco e azzurro, come un cielo che si fa mare e viceversa, come una parete, fissando la quale, possiamo toccare con le mani le crepe, la materia, distinguere i colori. Elina invita ad entrare‘in punta di piedi’ nella sua narrazione. E si può rimanere ‘fuori’ per pochi istanti perché conseguenza naturale della lettura della sua scrittura è esserne conquistati. Vi regna, infatti, un’ospitalità naturale, del procedere come per cerchi concentrici, o per aperture di porte e finestre sul mondo che l’autrice vuol farci intravedere. In un clima di evocazione lenta, suadente, in un procedere tra fatica e sorriso, si percorrono spazi che sono passato-presente-futuro di un continuum spazio-temporale, in cui la vicenda dell’esistenza si dipana ordinatamente, facendosi memoria e consapevolezza. La sensazione è d’immergersi in un bagno di acque sacre, come se a guidare fosse un flusso di coscienza in cui il non detto- o non dicibile – sembra prendersi con garbo la sua rivincita su ogni cosa profana che si può vedere, toccare, apprendere. Da un regno di oggetti minimi si dipana e si stagliano ricordi, evocazioni, attese, incontri rituali, anche con le ombre: “Ho avuto case ad abitarmi/nessuna cosa è perduta. Le tue stanze senza porte avevano oblò/non troppi mi sarebbe parsa una prigione/così l’ho scambiata per una nave./Anche di notte faccio ritorno/senza parola approdo appiglio/sosto e attendo/spengo la luce tesso illusioni/filo il miracolo d’onda immobile”. Qui la poesia di Elina Miticocchio sembra materializzare una vocazione e un’invocazione, un vivere il ‘qui ed ora’ e un procedere dentro una narrazione segreta, palpitante, composta. Di ciò sono segni il ritmo, lento e cadenzato, e le scelte lessicali che rinunciano a frequenti congiunzioni e che all’interno della silloge poetica preferiscono parole ricorrenti (come mare o cielo) e accedono a figurazioni familiari, casalinghe, in realtà strumentazione di un viaggio da cosmonauta, da navigatrice di un cosmo che sembra concluso, (gli affetti, la casa, le cose), ma in realtà è inconcluso, in itinere, in movimento. Il filo e il segno di perimetri brevissimi diventano improvvisi slanci e apertura a orizzonti a perdita d’occhio, come a riprendere forze e fiato. E quel titolo, Perfiloepersegno, dice bene questo procedere, simile ad una tessitura antica, ad un mosaico di luce ed ombra. Un habitat in parte immaginario che si lascia attraversare da fasci di luce nelle ore diverse del giorno fino alla notte fonda, che si lascia guardare dalla luce del sole e guarda con gli occhi della luna, con una malinconia composta, mai arresa, in una sorta di tenacia da cui traspare una sensibilità quasi orientale. Un percorso che sembra, nel gioco delle diverse voci, disponibile ad accogliere sempre la sana follia del vivere poeticamente, di accogliere e includere ogni piccolo accadimento come fatto non scontato, microcosmo nel macrocosmo, perché iscritto nella natura e nella cultura che riusciamo a incarnare. Una quotidianità scandita da movimenti brevi, da gesti feriali, testimone a sua volta di altre esistenze femminili, visitatrici di una stanza solitaria: “Sbircia il tempo/da una cornice tra legni intarsiati saltella/lo sguardo spia/ piccole donne a guardarsi – non è lo specchio – a riflettere/sola/è una finestra nel ricordo-“.  Un tempo feriale capace di proiezioni visionarie, che si fa viaggio e avventura infinita, che assume l’ampiezza stordente del cielo e del mare, bellezza e metafora di bellezza, richiamo alla contemplazione e all’azione. Un tempo che è anche pensatoio, (incubatoio per usare una parola di Elina) che accoglie l’approdo e il naufragio delle ombre, con le consegne  di una resilienza quasi atavica che trova nell’esercizio della scrittura la possibilità di abitare la continua transizione della vita. La poesia di Per filo e per segno come una specie di diario di bordo, registra lo scorrere di un tempo-spazio interiore, assumendo consapevolmente la complessità del reale, come un provarsi continuo alla fiamma dell’autenticità e del coraggio, accogliendo per intero la vita così com’è: “La parola spesa /presa all’amo divenne/guerra e sole/ e non valse una cornice/per disegnare i volti/ stretti schiacciati nella valigia/ di cartone le scritture esuli/naufraghe in perenne ascolto di voci/affogate in mare/un perimetro brevissimo di carta bagnata”. Una poesia che come il movimento di un pendolo sembra scandire minuti e momenti di asfissia e vertigine, di felicità e di dolore. Una disciplina quotidiana, quasi lambicco di pensiero ed emozione, che si accompagna e si organizza in “primi fili primi segni”, “ tra fogli-e-frammenti i nodi dei fili”, ecc., cioè che si dipana, si scioglie, si staglia “in stati del bianco in confini di filo”, per occupare postazioni di approdo e di abbrivio. L’autrice che sembra rassicurare il lettore (o se stessa, poiché anche la scrittura, se onesta, rassicura), rituffandosi continuamente in una “radiosa solitudine tangibile” sembra avere nel dna poetico la saggezza di certa filosofia greca, di matrice Epicurea o Eraclitea, poiché sembra dire ‘vivi nascostamente’ e nel contempo ‘tutto scorre’. Immagini che sembrano pennellate di acquerello, ora nitide, ora sfocate, a indicare forse il viaggio mai scontato che si svolge nella concreta piccola vicenda umana, nel quotidiano, che è anche scenario di prospettive e tensioni. Una vicenda che è viaggio nel sogno, con tutta la sua bellezza, i pericoli di una destinazione incerta, in un tempo spazio che non è solo cronologico, a cui apparteniamo e che trascorrendo ci cambia, ci riporta indietro, avanti, restituendoci ombre, sguardi, presagi, rivelazioni. Ma sulle ombre sembra prevalga sempre la luce. Con questa fede l’autrice cita tra le tante autorevoli voci quella del poeta francese René Char,: “ Non possiamo vivere che nel frammezzo, esattamente /sulla linea ermetica di condivisioni dell’ombra e della luce./ Ma siamo irresistibilmente gettati in avanti.”

tutti i giorni mi alzo e scrivo
bisogna esercitarsi nell’uso delle parole

le cose piccole, dimenticate
lasciano sempre le parole
riempite solo a metà

così non trovo la misura
tra le cose che mi mancano
e lo spazio vuoto nel bicchiere
e la parola che lo dice

.

Francesco-Aramu Il-venditore di nuvole

Francesco-Aramu

immersa nel tempo

avvolgo la mia ombra

la coloro di fiabe

bianca    si posa

lieve come fiore di luce

apre al segreto

nutre il mio giardino

splendore di arcobaleno

.

opera di Laurent Hours

Laurent Hours

Imparare

A distribuire

fitte

coltri

specchi

Bordi

ghiaccio

Pena

disaccordi

Per rientrare in me

Imparare a sterminare

Legami

Rotte

Livori

Vite precedenti

Per ritrovare me

Imparare una parola nuova

Che s’adatti

Si sciolga

S’imponga

Soddisfi

Ritempri

Me nuda di nuovo

Contare le sillabe dal di dentro

Colorarle mediamente in bleu

Riscriverle in un indaco pressante

Farle fiorire pensandole

E increspare l’età più ingrata

Per donarla al tempo

Come se non esistesse altro tempo

Mi si stancano le membra

Fragili stentano

A ripartire nel suono

Nel significato

Senso prediletto o odiato

Detestato del non detto

Del detto troppo

Dell’inettitudine spinta

Dove i giorni sfilano

Affaticati per dire

Gridare che un fuoco

Brucia violento

Ogni volta che passi di qui

E vai, sui miei occhi

A imbianchire lacrime

Inforcare pietre cave

Che mi entrano nel corpo

E vorrei non pensare

Che se t’ho voluto

Ora non c’è più sorriso

Non c’è più suono né abbraccio

Dentro il fiato rema contro

Soffoca la natura lieve di com’eravamo

Per dire che sei stato e non sei più

Né sono io ormai neppure

Un segno

Un punto di sospensione

.

Foto Romina Dughero

Romina Dughero

 

Nota: la poesia è tratta da Traducendo Einsamkeit, Terra d’Ulivi 2014

 

ai nostri occhi allora
abitiamo il respiro
dei fiori la nascita
di erbaraggio
dilata le ombre
come ramo cresciuto
nella bocca di vento
la stanza del sogno

.

opera di Giovanni Dalessi

giovanni dalessi

 

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