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T. Setowski

Voce fuori campo, sussurrato:

(In cerchio ecco in cerchio sì avanza l’infanzia,
si avanza l’infanzia
e in girotondo s’avvolge a serpente
a mordere l’omega di un giorno
che stenta a fare i bagagli
e a prendere il treno per Notteserena).

Momento primo

Fragranza d’infanzia cricchiante
di lacrime popcorn e palloncini
sfuggiti di mano schizzati
da occhi di vetro
impietrite acquemarine già umide
di dispiaceri.
Disamore sfrontato dell’oggetto perduto.
Amore.

Fragranza di pane dai forni
che mangiano corpi forgiati dal grano
che imbiondisce mestizia di soli,
forni che mangiano corpi tatuati di vita
forni che mangiano corpi lievitanti di quiete
e di preghiere dismesse sull’orlo
di sintassi sbilenche
di flesse grammatiche
d’ozio e piaceri. Nella coppa.

Momento secondo

Cricchia l’infanzia fragranze
mischiate all’odore del latte succhiato
da mille mammelle di orizzonti stregati
da poppe di navi sanguinanti di nero
da capelli di alghe
da morsi di medusa mimetica all’onda.

Nero di seppia che cola
– supplizio cinese –
che cola d’inchiostro su dita smagrite di cera
su dita di pini che sudano odori di brezze e carezze.

Aghi di resina e colpe a incidere INRI su croce,
all’incrocio passi sfioriti nell’ombra
passi di millepiedi a piagare pensieri
che gocciano stinti da Via Lattea in corsa,
pensieri dismessi di urgenze
dislocati in parvenze di mondi cristallo
pensieri che a vele spiegate
mordono confini arrochiti di astenie ribelli

e

sul calendario
santi che giocano di croci
santi che sfidano all’arma bianca
coscienze sbiancate di riflessi a perdere
nello specchio concavo di un pozzo
(cent’anni di solitudine non bastano a
fotografare l’affanno)

Finale

A perdere a perdersi infanzie disperse
alla luce di lampioni smunti di ozono
infanzie che annegano
nell’ ovatta nebbiosa che esplode
che implode di stelle smarrite nel cuore
e di noi, fanciulli una volta,
e ora
scheggiate melodie – noi – di paradisi inventati
a ospitare aquiloni

(non chiedere di più,
non è permesso strappare i cadaveri dalle loro tombe,
pani ai loro forni affamati di corpi irredenti)

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