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Fotografia di nonna Carmela

Se mi volgevo in direzione della sua voce  incontravo il suo sguardo penetrante.

La ragazza del secolo scorso ricordando i giorni caldi della raccolta dei pomodori ripeteva spesso

– poveri braccianti sotto il sole –

Oggi ripenso, con un misto di nostalgia e di mancanza, la sua figura presente nella mia vita e ancor più testimone della mia infanzia.

Di quegli anni ho immagini, sequenze di giochi condivisi, allegri.

*

I bicchieri buoni erano nella credenza in cucina.

Oggetto delle simulate vendite che allietavano i pomeriggi, per lo più trascorsi nella casa dei nonni.

Nonna Carmela sempre interessata ad acquistare tazzine pregiate, di rare collezioni da sei o da dodici, che tenacemente e con tanta parlantina, in una finta realtà, le proponevo in vendita.

– Come non le piace, signora? Non è forse di suo gradimento? Sono bicchieri di purissimo cristallo!-

La nonna era proprio una cliente esigente poiché esaminava attentamente i bicchieri e poi esclamava – oh! Quanta polvere!-

Io imperterrita continuavo a declamare la merce.

Era un rituale consolidato, faceva parte del nostro stare insieme.

Non era recitare una parte ma vestire per qualche attimo abiti diversi.

Lei aveva, in realtà, cucito numerosi abiti  per clienti e persone di famiglia.

Abiti di un’epoca passata, cappellini di feltro, vestiti con scollature rotonde, a sorriso, a barca, bustini, volant in un tempo dove la moda era un lusso concesso a pochi.

Mi parlava degli abiti da sposa fatti di trine e merletti, rigorosamente bianchi e poi mi raccontava della matinèe, interamente lavorata a mano e rifinita, utilizzata dalle donne per ricevere gli ospiti in modo informale.

Era allegra, forse civettuola, quando indossava un paio di guanti nuovi.

Raccontava che fidanzata col nonno, con al seguito zie e cugine, si era recata a Napoli per un paio di scarpe nuove e alla moda.

– Le volevo col tacco, eleganti. Le avevo viste indossate da una cliente che veniva in vacanza da noi in Puglia. La signora era di Milano –

Chissà perché pronunciava la parola Milano con dolcezza come se gustasse una caramella.

A Milano viveva suo figlio.

Era partito dopo aver conseguito il diploma per cercare un buon lavoro. Poi aveva deciso di rimanere nella città e si era formato una famiglia.

La nonna aveva una bellezza che non era vanità ma armonia che creava con gli altri.

Si definiva semplice, ammiccando agli studi fatti, ma era sempre avida di notizie e di conoscenze.

Le apprendeva da Gente o da Oggi. Non dovevano mai mancare le riviste.

Diceva spesso alle clienti – io ho fatto solo la quinta elementare mia nipote invece sarà una donna colta come mia figlia Milvia –

Ecco lei si scherniva un po’ compiaciuta, quella semplicità condiva ogni sua parola.

Aveva quel candore che a volte rivedo in me, uno stupore di bimba felice e un affetto rispettoso per sua figlia Milvia intuitiva e tenace.

*

Mio nonno era un po’ geloso di quella moglie, fin da quando erano fidanzati.

Come quella volta che aveva visto il suo bel viso di bianca porcellana, con un leggero tocco di cipria, immortalato in posa sorridente presso un fotografo.

Il colloquio che ne era seguito era stato in toni perentori. Aveva chiesto al malcapitato di rimuovere subito l’immagine e di restituirla alla diretta interessata.

Quella foto mia nonna la ripose, segretamente, in un angolo del comodino. Coperta dalla biancheria buona, quella col pizzo che sua sorella suora le aveva ricamato, quale dote per il matrimonio.

A volte, segretamente, me la mostrava compiaciuta e ridevamo insieme al racconto di quell’episodio di gelosia del nonno.

Ma lei sapeva scusare la severità del marito. Magari faceva spallucce e poi mangiava una ciliegia.

Lorenzo Lo Vermi, olio

*

In questa giornata di sole ci siamo cercate e chiamate attraverso quella fotografia. Istantanea vergata da scrittura di tenera ventenne riposta in una scatola contenente quattro bottoni di madreperla e un ventaglio.

Per caso ritrovata in un luogo non lontano.

La memoria ha occhi infiniti.

foto Isabella Faro

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