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  Rafael Olbinski

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Nel grande cortile dell’Ateneo si erge la Dea della Vittoria.
Qualcuno mi raccontò che il suo sguardo era temibile, non lo si poteva fissare prima della fine degli esami.
Subito lo sfidai. In fondo non poteva non trattarsi di una leggenda metropolitana, nata per spaventare le sprovvedute matricole.
Per quale ragione poi temere una statua.

A mio padre, a volte, faceva piacere accompagnarmi in treno il giorno dell’ esame.
Forse perché voleva dimostrarmi di  comprendere quanto fosse difficile studiare giurisprudenza da autodidatta, dopo essermi immersa in adorati spazi di letteratura greca e latina.
Quel viaggio condiviso era per me fonte di gioia ma altresì di preoccupazione.
Pensavo alla contentezza e, all’opposto, al dispiacere che gli avrei dato, immaginando un diverso esito dell’ esame.
Non volevo dispiacerlo. Questo il primo pensiero mentre ripassavo col codice di diritto civile aperto sulle ginocchia 

“ritorni racchiusi dentro sudati treni di seconda classe

 la musica sottrae a sguardi insistenti

 a volte si ferma

 una nuova partenza vela l’allegria”

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Poi una nuova stagione.
Eccomi scendere le scale di casa, al suo braccio, con l’abito da sposa.
Ed io a ripetere – ricordati di sollevarmi il velo.. appena in chiesa – ed ancora  – non correre verso l’ altare –
Mi chiedo chi dei due fosse più emozionato e confuso quel giorno.
A poca distanza lo rivedo quando, ancora inesperto di Internet, trovò il giusto contatto con quell’ospedale. Devo a mio padre l’essermi affidata a mani esperte.
Insieme abbiamo combattuto. Così la “luna piena” è fuggita lontano.
Arresa e vinta dal nostro testardo combattimento.

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Ora che la distanza geografica ci separa, il telefono non permette di parlare come un tempo.
I dialoghi restano vivi, sono passato e presente, riempiti dal suo essere a volte esigente, ma sempre premuroso
– lascia stare i conti e le cifre. Lascia perdere la matematica
– inventa quello che vuoi. Lotta per averlo
– abbi coraggio anche se c’ è un nuovo orizzonte da vincere e questa volta è oscuro.

Mi hai insegnato che fa bene discutere e anche litigare con la vita, quando questa non ci rispetta.
Sai ancora adesso mi capita di camminare contro vento.

E come in quei viaggi in treno ho un caldo giaccone cui attaccarmi.
Non temo poiché quello che io sono l’ ho imparato a casa nostra.
In una terra arsa dal sole. Rossa di papaveri.
Dove la campagna è sempre assetata.
Dove il cielo è di un colore così intenso che ti perdi a guardarlo.

Perché ti fa sentire piccolo. Anzi niente, al suo cospetto.
Non mi dichiaro figlia del mondo.
Sono figlia tua.

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