Ogni giorno percorrevamo il viale alberato per giungere trafelati alla villa con la torre a cappello.

La fontana in pietra annerita dal tempo sembrava accoglierci festosa insieme alla merenda preparata dalla zia, pane caldo con lo zucchero per sfamare tutti.

La nonna restava seduta sulla vecchia sedia impagliata seguendo il filo delle sue fantasie.

Andavo a sedere sul dolce trono delle sue ginocchia e come d’incanto prendeva a parlare, di colpo il vento riempiva il giardino.

Quel giorno aveva un’aria divertita, intuivo che serbasse una sorpresa e subito mi misi a caccia del tesoro. Al ramo più basso dell’albero che chiamavamo maestro stava appeso un abito a fiori piccoli in tinte pastello

L’aveva cucito per me nonostante gli occhi e le mani fossero un poco stanche ed ora mi invitava a provarlo.

Lo indossai svelta sulla tuta portando le braccia in alto e già facevo i miei passi muovendomi come su una passerella.

Mia madre intanto sopraggiungeva con mio fratello per mano, nell’altra portava il necessario per dargli da mangiare. Era arrossata in viso poiché il bambino la faceva correre, lasciando di colpo la stretta. Le avevo preparato la sedia per costringerla a scambiare due parole con noi e per poter osservare meglio l’abito che era solo imbastito. Le piacque tanto e aggiunse che l’avrei vestito nei giorni di festa poiché era di stoffa buona.

I cugini intanto con le bocche piene anche della mia merenda venivano incontro cantando Madame Doreé, oh quante belle figlie e a quella musica mia madre inventava nuovi ritornelli che poi ripetevamo come una filastrocca.

A sera lasciavamo la grande casa della zia per tornare nella nostra in affitto.

Ci attendeva appesa al muro un’aragosta di plastica che sembrava darci il benvenuto, poi di corsa ognuno alla sua occupazione, a me toccava spesso sbattere le uova o pelare le patate, la nonna invece preparava la macedonia. Quella piaceva davvero a tutti.

* la prima fotografia è di Isabella Faro, la seconda di Giusy Calia

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