Aveva gli occhi chiusi

come una pianura di grano

arso a mezzogiorno

ogni tanto li apriva

richiamata da un’ombra

sbucata da una riga

o da un mezzo rammendo

le parlavo di numeri

erano dita di nuvole

di peltro, lontane

che fatica impararli

mi diceva che non era grave

avrei avuto occhi grandi

per giocare coi papaveri

un giorno sospinta da troppa luce

bussato ad una porta

tenendo nella conca

della mano una minuta

linea di splendore inafferrabile

sarei sopravvissuta alle lusinghe

di farfalla disegnata con pochi colori

ingoiato acqua di fontana

fino a smuovere le radici

che l’amore aveva creato

un giorno e senza chiedermi il conto.

Dobbiaco, 05/07/10

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