e cammino ventosa

ho inforcato enormi occhiali da miope

erano giorni che non vedevo

il tempo di un sospiro è luce o forse

– pensiero bifronte –

scattarmi una foto in posa pensosa

puoi farlo, se vuoi

tre scatti e sorrido al vicolo cieco

non vedo davanti che nero

una scala senza gradini

mentre scivolo scalza tra sassi

qualcuno accenda la luce

la vista.. cerco di tenermi un occhio

aperto tra le dita a guardare verso

lunghe sopracciglia offuscano

il breve giocattolo si ricompone

e il fiato colora maree innevate…

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Luccichio del mare in autunno

“Luci di Jonio,
antichi legami..
vicini, qui,
nello stesso sentire..”

§

Legato ad una bussola giocattolo

se avessi piedi leggeri e fronte levigata

starei ad ascoltare di voce svelata

senza ori si avvicina la rosa e l’argento

a prima mattina

parlami rosa…

non è strano pescare nel cielo

non è folle navigare di buio

poiché vicine le ombre – le vedi – nell’abbraccio

è la notte che scuce i capelli

scompone echi di memoria fino a cogliere

una voce (di pietra) preziosa

la tengo stretta, provvisoriamente

.

* i versi di introduzione sono di Angela Greco

Un mese si specchia nell’ora

E’ pulviscolo lunatico che impedisce

di chiudere gli occhi e scrivere immagini

non resta che annusare i tagli nel legno

e (intenta) a rincorrere una processione di gerundi

innevata d’autunno

sospiro in segreto di baci

chè il sonno riavvolga l’attesa al cuore

§

Se fosse in bianco e nero lo amerei di più

se piena o pietra o (anche) perdita

sarebbe mio viatico

se avessi voce per chiamarlo

io griderei forte

il nome sarebbe giardino

vestite di occhi le mani cercherei

chiedendomi dov’è la chiave

toccherei lettere, racconti mai letti

non miei

sarei madre e figlia grata

ad un filo di luce che il fondo rischiara.

Per sempre le estati di San Martino

Lisa Kairos

il grano fatto col vin cotto
il melograno da sbucciare

grani rossi da scaldare a fuoco lento

come l’amore che non vuole perire

tu “per sempre” mentre gli anni

passavano treni del desiderio

luci -dalla ribalta- ci allontanavano

bottoni avvicinavano

ago e filo, cappellini, ciprie

lettere a scrittura cubitale

a farmi compagnia

nei pensionati, in case d’affitto

rari i libri

ed ora ho scritto di te

e “tu” resti a profumare la stanza

Un giorno sono stata una Principessa

Ana Kapor-Caleidoscopio

Un pegno d’amore mi imprigionò

segregata in un austero palazzo

da quelle strette fessure potevo

contemplare colline lontane

quanto avrei desiderato passeggiare per boschi

e il mare

sembrava un gioco di specchi e un richiamo

di gioco che non vuole finire

vita che corre, vita che scrive l’acqua

ogni suo vapore un pensiero nel bicchiere

disseta e strema

rinsalda il legame del sangue

il primo vagito che canta

sfiora la spora nel rosso


§

 

Non sono mai entrata nel palazzo

gli occhi non hanno penetrato

i corridoi misteriosi, le sale da ballo

i canti dei menestrelli innamorati

ho osservato a debita distanza

forse è stato per paura

ad un tratto

il vento mi ha spostato

correva, soffiava, si infilava nelle tasche

ed io mi accucciavo in quel punto del cappotto

e chiedevo un cinguettio ad allietarmi il viaggio

una leggera commozione rifletteva l’azzurro del cielo

spazi senza tempo ali in me

scuotevo la testa al riflesso dell’acqua

calma, come lago

poi tutto fu fermo

tornai con la mente al dipinto

fu lui a svolgere il racconto.

Ana Kapor,Misteri Sublimi di un viaggio letti da Angela Greco

Ana Kapor – “Finis Terrae”

L’istinto al viaggio di memoria omerica è in ognuno di noi, senza dubbio, e forse, forzando un po’la mano, stringendola come in una nuova conoscenza nella quale lasciar emergere qualcosa di noi, oserei che anche il mistero è insito nella nostra natura. Anche umana.

Sono approdata al percorso pittorico, discorrendone con la mia amica Elina e dopo una peregrinazione nei meandri del centro storico della città che lo ospita: un desiderio crescente, un valore aggiunto per i centoventi chilometri d’auto, mirabilmente premiato dalla visione. Si, perché di visione si può e si deve parlare.

Entro in una accogliente doppia camera dai soffitti a volta e dalle pareti color crema, con cornice dorata “da quadro” ad ingentilirne il confine con il soffitto; l’azzurro-turchese-celeste mi viene incontro in rettangoli di tavola dipinta ad olio, cerchi di tela ancora ad olio e sensazioni di carta acquerellata incorniciate: le opere di Ana Kapor, penso, immediatamente, sono misteri da decifrare.

Allora mi avvicino, tolgo gli occhiali da miope ed osservo…

Pennellate minuziose, rigore sfumante nel sogno, geometrie di gusto italiano, paesaggi dell’altrove e dell’oltre, dettagli precisi ripetuti quasi a voler convincere d’esserci. Ho il catalogo – prezioso, magistralmente realizzato, finalmente bello – solo per leggere i titoli delle opere, ma voglio “leggere” io, mi dico all’inizio del percorso, che si rivelerà di interrogazione, di suggestione profonda, di chiarimento con me stessa. Non sono un critico d’arte, che sia noto, indago solamente tra me ed i miei versi che la carta accoglie benevola.

La sensazione dell’incontro intimo tra un est conosciuto attraverso la perizia delle preziosità e la formazione italiana si evince al primo sguardo; la commistione tra cieli e specchi d’acqua avvolge; gli alberi, nelle loro varie espressioni, cercano l’occhio attento; i castelli, catturano. In un sentire metafisico di sospensione, ai ponteggi sempre presenti a reggere piante e portali ho istintivamente attribuito il ruolo del divenire, del continuare a compiersi, del costruire ancora realtà e sogno. Alla sensazione della pietra sono riuscita a sottrarmi per la forma rettangolare di molti dipinti, che mi ha permesso di fuggire oltre qualsiasi punto, come quelle bandierine mosse da un vento sottile verso est al quale si ritorna, come in circolo virtuoso, attraverso connubi arabeggianti di torrette fino all’epifania di Castel del Monte chiuso a ragion veduta in una pittura di mistero.

Ho percorso allora e ripercorso lo spazio espositivo, guardando ogni volta un dettaglio, fermando mentalmente un attimo per poi ritrovarlo altrove ed in me; non ho indagato su cosa potesse accadere al di là dei confini dipinti, su chi potesse esserci oltre quei muri, quasi per non permettere al reale di fuorviare la visione e portare, così, nel mio viaggio di ritorno questi misteri sublimi…

Custodirò gli alambicchi del sogno (bozza)

Ana Kapor – Castel Del Monte, trittico

Dietro lo sfondo di un castello mai penetrato

neppure lo sguardo ha percorso

i corridoi misteriosi, le ampie sale da ballo

solo un dipinto si fa scrigno per l’anima

e racconto di luogo magico

entrare sarebbe restare imprigionata nelle segrete.

 

* breve traccia di un lungo percorso visivo, onirico, tra ampie vedute, orizzonti sconfinati in specchi d’acqua