A PIEDI NUDI un racconto di Angela Greco

fotografia di Romina Dughero

Era la fine di un agosto eppure nevicava e si sentiva quel lieve dondolio capace di riportarti alla culla…

Dalla finestra riuscivo a vedere le grandi macchine che pettinavano per la prossima stagione i campi mietuti; era un piacere sentire il profumo che emanava la terra smossa anche dal tempo. Abitavo da sempre in quel luogo circoscritto; anzi, quella era la terra appartenuta ai miei genitori e ai miei nonni e che un giorno sarebbe stata dei miei figli. Forse.

Non perché io non avessi un amore con cui concepirli, anzi, ma piuttosto perché di quella terra, di quel lembo di sud, loro non condividevano nulla, se non il luogo di nascita. Erano al nord a studiare e a vivere, come spesso ripetevano nelle loro puntuali telefonate, lamentandosi che qui non accadeva mai nulla, che ogni cosa sembrava ferma al suo immobile posto. In fondo, mi faceva piacere ascoltare quelle ribellioni che un tempo erano state anche le mie. Poi, non so il motivo che mi aveva affascinata, ero rimasta qui – anche io – a vivere o a morire, come nelle giornate d’agosto nelle quali manca l’aria e si invoca il cielo perché smetta di lasciar presagire, neanche con troppa fantasia, l’inferno.

Spesso vado in quella cantina; non è quella di casa, ma della casa di mio padre, affianco alla mia. Quando andavo a trovarlo per aiutarlo con le faccende domestiche – era un uomo ancora in gamba anche in assenza della mamma – spesso mi chiedeva di portare vecchie cose giù, al piano inferiore. Lo chiedeva a me, perché lui non poteva fare le scale a causa di fastidiosi capogiri che spesso lo assalivano senza preavviso.

Ogni volta era come far parte di un altro mondo e mi piaceva starmene lì ad aprire vecchie scatole e ad immaginare giorni passati; lo stomaco, proprio come le vecchie caldaie che usavamo per la salsa, brontolava a quel repentino cambio d’aria, ma ogni volta ero contenta che si ripetesse sempre la stessa scena, che mi faceva sentire al riparo e protetta.. Lì, tra polverose assenze, loro mi aspettano ancora, silenziose e serene nei loro sorrisi vitrei, i loro abiti e i loro pizzi; da bambina ogni volta mi invitavano ai loro giochi, ma io preferivo restare a guardare il cielo, sempre così distante e che indossava il suo abito scuro, dalla piccola finestra che dava luce alla cantina fino a quando non venivano a chiamarmi.

Oggi, a casa spesso mi soffermo e ripenso a quello spazio che da piccola mi sembrava non avere confini eppure un solo fiammifero bastava ad illuminarlo: rido di quella piccola selvatica donna acerba che si rifugiava allora in cantina e oggi tra le parole e ancora ricordo il vento di tramontana che si insinuava in spifferi che non ho mai capito da dove provenissero e mi faceva sussultare con le sue gelide sferzate da far sbattere finestre ed occhi.

Camminavo a piedi nudi per sentire la terra di mio padre e poi i mattoni della nostra casa e ancora gli assi scricchiolanti del piano inferiore e, forse, il freddo contatto con la stessa vita, chissà.. Adesso, quando vedo camminare i miei figli senza scarpe ricordo loro quelle che sarebbero state le parole dei nonni: “Attento che potresti farti male!” e stavolta sono loro a ridere di come il tempo mi abbia cambiata e mi ricordano che proprio a me piaceva fuggire anche da quei rimproveri e senza ubbidire. Quando scendo, mi fermo ancora a guardare un vecchio ombrello, che non ho mai rimosso, rivolto verso il soffitto, al di sotto di una specie di sopraelevata – dove un tempo si riponevano le derrate alimentari –:da lì io mi divertivo a lasciar cadere i petali dei fiori di campo che raccoglievo con mia madre non solo per la processione ed immaginavo fossero le parole di un racconto – del mio racconto – che si raccoglievano per poi farsi leggere nei libri, ma mi incuriosiva sempre il colore pallido pallido di quei fiori.

Era bello immaginare che tutto si potesse contenere in uno spazio ben definito e sperare che anche io potessi vivere al di fuori di certi confini, ma se alzo lo sguardo vedo il sorriso del bimbo della casa accanto che agita la sfera con la neve….

 

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5 pensieri su “A PIEDI NUDI un racconto di Angela Greco

  1. “Adesso, quando vedo camminare i miei figli senza scarpe ricordo loro quelle che sarebbero state le parole dei nonni”

    …ora accade Angela..come vedi tutto torna, i colori portano aliti nuovi e respiro di festa
    auguri alla tua bimba bella e baci, tantissimi

    • è emozionante leggere….infiniti grazie anche dalla mia Josephine nel giorno particolare del suo primo compleanno…e tantissimi baci anche a te, meravigliosa ‘zia’!!

  2. Molta dolcezza, profondi ricordi radicati nella mente e nel cuore in questo racconto ..un racconto che e’ anche un po’ di chi lo legge , dentro ognuno di noi e’ rimasto piu’ che un pezzo di infanzia pronto a rivivere in parole, suoni e gesti , in momenti che rivissuti danno una scossa ed un’ emozione ..anche io amo ritornare spesso indietro con la mente , anche solo un oggetto od un profumo mi permettono di farlo e torno bambina , ad ascoltare con gli occhi assorti e sognanti o a ribellarmi con la mia testardaggine e orgoglio…e ‘ estremamente bello, proprio per questo rivivere momenti passati, che un mio scatto sia stato legato a questo splendido racconto…ringrazio Elina, che mi e’ sempre accanto ed Angela e la sua bimba che abbraccio con affetto

  3. Romina cara non ero certa che la bimba in foto fosse la tua Beatrice
    ora che mi hai dato conferma sento fluire ancora più la gioia di averti incontrato
    i passi della tua bimba saranno ora i passi della bimba di Angela, unici segni di vera ri-nascita
    un bacio

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