Poesie di Francesca Pellegrino

fotografie Patricia Robert Smith

Rifrazioni

Prima di ieri non ero ancora nata
tuttavia succedevano i giorni
e persino i colori
ma come dietro la miopia della mancanza
Guardavo, eventualmente
ma senza la coscienza:
ero al vento
una cerniera senza porta.
Prima di ieri
che non era luce
il sole era solo una distanza.

*

Ferri d’attesa

 

Quando non era tardi
il cielo stava sempre acceso
ed erano tutti quanti altissimi.
Come gli alberi.

Quando non era tardi
e non avevi ancora un nome
correvo con le ginocchia appuntite
sui fogli ruvidi

e ogni forma poteva ancora diventare
quando non era tardi e tu
ti chiamavi solo Amore.

 

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a spargere briciole e tele

immagine di susanita

a stendere il bucato

Torna il guardiano dei sogni inquieti

a seminare tri-fogli in miniatura

e cariatidi di suoni tra le dita

Giusto il tempo

di uno sbadiglio

Luce ritagliata

fotografia Romina Dughero

la parola

tra cocci a impetrare i muri

melagrana bocca-perla

sulla corda d’acciaio

risucchiata mercanzia

tra secchi e vuoti d’acqua

Con gli occhi tremanti

a sembrare chiusi

bevi di stelle

il mare pescoso

che solo tu vedi

Matrioske di Beatrice Impronta

foto Romina Dughero

Deserto

Lungo il mio orizzonte

mi-raggi di solo sole

 

Oasi

ora si…

mi vedo

una sagoma nitida

apparente

che brucia un’ipotesi di niente

spore di sale sulla pelle

 

Il sapore del mare

mi as-sale e scende

e mi prende

lungo tutte le sponde

le pieghe

le onde

che slacciano sospiri

sciolgono trecce di deliri

 

Cicale incantate

da incantevoli

Matrioske

senza veli e

senza vele per volare da sole

per godere di un solo sole

per re-mare ed an-negare

in un unico fiume d’amore

e raggiungere il mare

 

Amare speranze d’amare

e vani cassetti nei quali affogare

sogni sbiaditi e

bar-lumi di ragioni.

il cielo trama ogni lettera

foto : Romina Dughero

tra le righe parole

come di bambini assonnati

la favola dorme

è un passare dentro

il segno del sogno

senza fare “asole”

.

i colori a sfumare

.

una sciarpa di fiore da cingere al collo

un abbecedario che sillabi vento

e trattenuto respiro

a chiudermi il nome

“Scrivo” di Mirta De Riz

immagine Christine Kysely

.

Avevo un sogno.

Alle volte lo cullavo, alle volte lo tenevo in tasca, altre volte ancora, era lui ad allontanarsi altezzoso da me.

Poi arrivò quel giorno.

Un giorno di un inverno qualunque, ricordo luminose vetrine addobbate con cuoricini rossi e cioccolatini.

S. Valentino, la festa degli innamorati.

All’improvviso, inattesa, un’emozione, una riga di lacrima, degli applausi.

Quella notte il mio sogno ed io ci siamo parlati, un po’ timidi, un po’ impacciati del nostro sentire.

Per Lui mi sono aggrappata a mensole di sogno.

Lui, per me , si è vestito di realtà, spesso respirando polvere.

Questa sera è qui con me, lo stringo al cuore, lo stringo in mano, ve lo faccio vedere.

Ed è felicità.

Vedete, alle volte s’alza dentro me dapprima un sussurro, poi una dolce voce di richiamo che gentile, ma insistente mi invita alla scrittura.

Scrivere… che verbo affascinante! Sa posare parole di fantasia su delicate ali di farfalla e su maestose ali d’aquila, sa ammiccare seducendo, tuonare come temporale d’agosto, esondare come torrente in piena,

La mano che scrive alle  volte non riesce a cogliere la rosa ma solo a stringerne il gambo spinoso.

Scrivere è inerpicarsi, scendere con lo slittino da un colle, camminare su greto di fiume o su prati vellutati.

Spesso il foglio rimane muto, come un amico che non tende la mano.

Ma all’improvviso possono affacciarsi le parole…

Allora l’ attesa metafora soffoca il disincanto; il verbo  dà vita al nome, l’aggettivo tinge con pennello i  fiori del prato o  sgradevole li calpesta.

Io penso che sia buona vita specchiarsi in un foglio di carta fino a che bruciano gli occhi, per provare a riconoscersi.

E se qualche rima riesce solo a far sorridere, non importa; consegnare  emozioni a questi lunghi giorni di aridità è già un buon fine.

La Poesia è dei grandi Maestri, la scrittura, che avrà sempre vita, dei Grandi  Narratori.

Io scrivo versi, non poesie, io ricamo parole su fogli di carta, rattoppo il dolore con fili di luce rubati alle stelle, annaffio la gioia con gocce di speranza.

Così, come viole sbocciate a novembre.

 

 

“Vento” di Antonella Troisi

“Alla finestra del sogno”, Lucia Merli

Accolgo e raccolgo le parole contenute nella dedica che Antonella ha desiderato farmi conoscere.

Voglio subito comunicarle che sono contenta per la sua creatura di carta e per il bene che questa (mi) regala.

Non penso di aver avuto un ruolo così decisivo nella sua volontà e desiderio di scrivere.

Ritengo, invece, che si trattasse di un bisogno “celato”, un ritorno necessario al colloquio interiore, forse soffocato oppure spento dalla paura di essere soli/sola.

Ripensare la vita “in poesia”, dialogare con le visioni, i personaggi, le cose umane e collegarle in frammenti, “versi sparsi” di un flusso continuo, senza tempo, anzi oltrepassato il tempo.

Come lei stessa enuncia in prefazione al libro Il pendolo fermo sul dolore “come un macigno sull’anima” ha determinato un lunghissimo letargo, una immobilità fissa tra sonno e veglia.

L’autrice invita a interrogarsi su quanto accade, a farlo per prima cosa con gli occhi, poi esprimerlo proponendo una “modalità” per far “fuoriuscire”ciò che resta dentro.

La poesia rappresenta l’urlo e il risveglio, e, aggiungo, il mezzo per dominare il tempo del dolore

è segno questo che non tutto è perso” leggiamo in Letargo, uno dei primi componimenti della raccolta.

La scrittura di Antonella procede a scandagliare la stanza del dolore e non vede molti intervalli di luogo, solo istanti, fugaci passaggi come ombre sul viso.

Così si legge in Neve Gli fanno compagnia i miei istanti di felicità dove l’immagine del bianco appartiene all’ovunque, mentre l’uomo ha gambe pesanti (ed io leggo pensanti) quasi a dire che la serenità risieda in momenti di “bambini contenti”.

Leggendo Dolore mi sembra di vederla scrivere inosservata. Soltanto non osservata può dialogare col esso e dirsi sua “amica” mentre “siede come un macigno sull’anima”.

In Matrioska il dolore è memoria (Il dolore/madre) e vi è una dichiarazione “simile ad una matrioska la mia anima” in cui l’autrice suggerisce la compresenza di elementi a comporre la “casa” dei sentimenti e, in questa sfida, leggo la voglia di accettare/accettarsi senza più doversi difendere dai ricordi né dai sogni (“semi”).

Ora che la mia lettura prosegue, il cielo si sta rischiarando dopo una debolissima pioggia di finto ottobre e tra le pagine aspetto di incontrare un filo di vento chè fermi la corsa del tempo, di ogni sofferenza, dell’urlo, delle ombre, per tornare a scorrere in “un tempo lento”.

Elina Miticocchio, 10 ottobre 2012

*

Letargo

Un letargo mi avvolge,
è un rintocco di pendolo
tra sonno e veglia:
vegeto e palpito
come un ossimoro alla vita.
Osservo dal vetro
le foglie
una strada:
sono una guardona
estranea alla vita.
Poi succede,
succede e piccole perle
mi annebbiano gli occhi,
una pioggia di primavera:
è segno questo
che non tutto è perso

 

Neve

Neve, neve

ovunque neve

 

Esco

 

C’è

un pupazzo

dal sorriso amaro

circondato da bambini contenti

 

C’è

un uomo

che si allontana con capo chino

e gambe pesanti

 

Gli fanno compagnia i miei istanti di felicità

 

Dolore

E’ lì, è qui
io lo vedo, lo sento,
gli parlo al dolore.
Sono sua amica
(non volevo –
non volevo -)
ma lo sono
mentre mi siede
come un macigno
sull’anima

 

Matrioska

Ho chiuso una porta

ho chiuso due, tre, cinque porte

per non essere inghiottita

in un gorgo senza speranza

 

Ho lasciato

il dolore fuori

 

Simile ad una matrioska

la mia anima

 

Il dolore/madre

il sogno/seme

.

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=867752

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“cuore cuore era vero” di Federica Nightingale

immagine Aëla Labbé

Poi quei rami di bosso e lauro
si strinsero
era un piccolo collo il
loro
erano appesi e vicini
la lavanda alta reggeva
come fosse possibile
la leggerezza
come fosse possibile la vita nei buchi
di verde
aveva un
sapore di niente
di negazione
di romantica dolcezza
di addio
rimandato
e polvere di anni
Cuore Cuore
era vero
galleggiava una
lacrima
dentro la tazza
di quella tisana rossa
sulla cucina senza più
o(re)
Smorfia alla bocca
(dipinta)
Senza nota

adagio (dedicata)

immagine Giuseppe Cozzi

e in bianco si aprì all’azzurro/di neve sciolta ogni premura vibrò la mente al ricordo/poi tacque in una sola parola /amore che sgorga dalle pupille di mia madre/ chè ancora c’è tempo per dire..

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