Via Confalonieri di Nicoletta Nuzzo

Catrin Welz Stein

Catrin Welz Stein

 

 

“…Mi sta nel palmo una luna di petali
un filo di specchio tra un prima e un dopo…”
(Elina Miticocchio)

Allora anche la neve ci proteggeva
noi ascoltavamo dormendo quel bianco crepitare
mentre la gatta annusava la febbre
che ci aveva preso
in un corpo che non la smetteva di parlare,
che non finiva di credere,
nel centro della stanza si posavano gli occhi
a fissare ostinati un mutare onnipresente
nel sottostante tic e tac di una luna sempre più precisa.
(Nicoletta Nuzzo)

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Un’immagine (p)e(r) una poesia

Foto di Anna Celani

Anna Celani

 

 

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perché ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.

Da quando ti nascondi q…ui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.

Wislawa Szymborska

Roberta Lipparini poesia

Gregory Colbert

Gregory Colbert

 

 

E non c’è poeta che tenga
se nel cuore ha la menzogna.
Lingua di fogna
penna disonesta…
non è poesia quello che resta.

E’ un fiore nudo
uno specchio
un’illusione
un cartoccio d’inganno.

I poeti lo sanno.

Incontri

Marina Marcolin

“Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno” testi di Silvia Vecchini, Illustrazioni Marina Marcolin. Edizioni Topipittori 2014marina marcolin

Passo sulla poca neve spolverata

sopra i gradini delle scale

vedo le orme leggere del pettirosso.

Lascio briciole da beccare.

Fenice di Nicoletta Nuzzo

Anne Siems

Anne Siems

 

 

faccio le cose due volte
prima senza accorgermene
e poi con lo sforzo dell’intenzione.
Sono una donna così.
Cerco sempre qualcosa che dovrà arrivare
sono vorace,
vivo anche in clausura contratta come un uccellino,
mi posso perdere,
sono una donna così.

(Nicoletta Nuzzo, da Grembo)

I colori

Immagine Agnese Gatto

agnese gatto

I colori passeggiano

mentre le ombre svoltano l’angolo

Le ore sanno compiersi

Come refoli incalzano

Pungolano il v(u)oto

Solo il fiore o il volo

sanno

il periplo della luce

Rita Pacilio e la trilogia dei corpi offesi

Hsiao Ron Cheng

hsiao ron cheng

 

‘Quel grido raggrumato’, La Vita Felice 2014

 

La raccolta, che segue Non camminare scalzo e Gli imperfetti sono gente bizzarra, chiude una trilogia sull’inquietante e doloroso cammino attraverso i temi dell’emarginazione.
Il volume si presenta come un manuale del sopruso, contro chi ambisce variamente manovrare il corpo delle donne e dei fanciulli. Ovvero un trattato, balisticamente in versi, dove viene differenziato il mammifero maschio (e talvolta femmina) che la suddetta opera scellerata compie per piacere, lucro, lavoro, biologia, vendita carnale.
Il corpo poetico, in questo libro, ricerca, enuncia e precipita, in modo finanche notarile, la pratica maneggiona di coloro che si condannano per un realismo moralmente e socialmente insignificante.
Rita Pacilio, attraverso la poesia, nomina  l’innominabile nella prospettiva dell’educazione, della rinascita, della ricostruzione. (dalla quarta di copertina)

 

***

Ci sono sentieri che nascondono l’inganno dei lastroni

e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall’est.

Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole

scruta l’iride abbassata il sonno del cliente, antico padre.

 

Sono parole sacre le voci dei bambini, tiepide le fronti

eppure i glutei hanno croste, boomerang colpiti nel segno

fino ai fianchi pulsano inverni consumati domani

intorpidite le rupi si muovono come nembi folli le bufere.

 

Non si aprono fenditure ma canaloni indecifrabili

un lappare lento, immaturo

che giunge all’agitazione tra le natiche della bestia

nel luogo livido di pianura chiuso in quel grido raggrumato.

***

L’hanno tenuta in due come un foglio, un lenzuolo

i polsi e le caviglie erano in una forma che si stira

un mandarino intero riempiva la bocca e la gola

nel chiarore del vicolo divaricato fra le trombe d’aria

 

il suo esame di idoneità, la preparazione al primo

cliente la rendeva frutto acerbo del cactus

desiderato dalla censura di chi si apre i pantaloni

e spinge guardandosi intorno che sia coperto

 

dalla colpa che non si fermerà nella frusta dei reni

ma sintonizza il morso e il liquido che cola

dalle due bocche aperte lungo una linea comune

in quel triangolo nero da cui escono periferie e disordine.

***

Deve aver penato tanto nel rovesciarsi sfacciata,

pronta, passata in tutti quei giorni che sono ancora qui,

senza risate. L’hai accompagnata fingendoti sorpreso,

prato che ha sete incenerito dalla ripetizione delle regole,

 

spuma bucata schizzata sul vetro che stupisce appena

e impoverisce. Chiude.

 

Ogni rovina conserva navate sgretolate nelle notti paurose

dei motel addormentati dove finisce la tonalità romantica

e si inclinano le tracce opache, nascoste nell’elenco corretto.

Lì c’è stato il temporale dalle tinte ingenue, quasi monacali

 

la rabbia del video passava sullo schermo un pompino

fatto con la devozione del ringraziamento. Era stata un’altra

la prima della lista.

 

Chissà il colore dei capelli.