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I tre racconti che incontro in “Erano solo tre ciliegi” di Serena Castro Stera sono passi ritrovati in un territorio e dialogo che s’apre e induce a parlare.

Pagine attraversate dal vento freschissimo e impetuoso e veloce delle parole, agili capriole di fatti,volti,voci, memorie e ombre.

Uno sguardo onnicomprensivo sul mondo unito ad esprimere il proprio rapporto con la natura in termini di prossimità connotano le tre storie che si porgono come atto di restituzione all’altro (il lettore) di un’esperienza ricevuta.

Se vi è un filo sotteso agli scenari narrati potrei trovarlo nel tempo poiché qui esso diventa materia.

Vi è un tempo che si tocca, si sente, si vive come proprio, si reinscrive incarnato e questo lo osserviamo in Jamila, poi vi è un tempo che scivola estraneo, una superficie-oggetto che produce, nel suo trascorrere, dolore e lo ritroviamo in Ursic, l’altra protagonista femminile del primo racconto.

Al tempo così diversamente atteggiato corrispondono i sentimenti e l’atto relazionale che connota le diverse figure. Jamila ama la vita, quella che porta in grembo e la sua, tanto da unirla alla sorte di “tre bellissimi ciliegi centenari”.

In lei è il sogno e la sua felicità potrà compiersi solo nel rispetto di quel filo che la lega, intimamente, alla dignità della natura. Abbattere quegli alberi vuol dire sacrificare tre vite.

 

‘…

Quella mattina si svegliò decisa a provarci. Cucinò una focaccia

al curry da portare in dono e l’avvolse in un panno umido per tenerla

fragrante. Si spazzolò a lungo i capelli neri riflettendo sulle

parole che avrebbe usato nel perorare la causa rendendosi conto

che, a orecchie dure, la questione poteva sembrare inconsistente

seppure per lei le ragioni erano tutte evidenti nella forma di tre

bellissimi ciliegi centenari.

Tre vite, mille piccole vite, linfa di tronco, gemme e poi foglie e

frutti e noccioli sputati e insetti e vermicelli grassi di frutta e uccelli,

nidi, cornacchie, riposo di migratori in transito e un giorno

quel suo prossimo figlio che si arrampicava.

Prese l’automobile e andò.

…’

Diverse sono le ragioni di Ursic, custode di ricordi legati alle tragiche vicende che hanno segnato quelle terre.

 

‘…

Una volta i vecchi

li rispettavano. Il loro ‘no’, era no e basta. Lei non ha rispetto della

mia vecchiaia, della mia memoria. Potrei avere una ragione ben più

valida delle sue debolezze da donna incinta”. Stette un po’ in silenzio,

come raccogliendo le idee, appoggiando le mani asciutte

allo schienale della sedia di fronte alla sua.

“Viene qui con il suo pancione e le sue focacce a tentare d’intenerirmi!

Qui il cuore non c’entra. Sono le ragioni della mia memoria

di fronte alle ragioni dei suoi sogni”. La voce rotolava ruvida

come i sassi di un ghiaione.

“In quel pezzo di terra potrebbe esserci seppellito il mio cane,

potrebbe essere stato versato sangue in guerra. Ho le mie ragioni

e a lei deve bastare. Deve fidarsi di me, deve rispettarmi. Il mio

mondo vale meno del suo sogno? Ora vada, ho da fare”, disse. Ed

incurante di vento e foglie che entrarono in un sabba gelido, le

tenne perentoriamente aperta la porta.

…’

 

Alla fine gli alberi saranno abbattuti poiché l’esigenza di una casa per Jamila impone il sacrificio della loro tenerezza.

Negli altri racconti l’albero e il rapporto con il giardino-terra alludono all’atto dello scrivere, momento poetico e tenerissimo, che diventa giardino in cui stare, da coltivare anche in silenzio, con voce propria, ogni giorno, per far affiorare e fiorire la bellezza di trovarsi nel mondo.

Riecheggiano in me alcuni versi, sono di Marcos Ana, li lego a questo foglio e attimo di voce.

“La mia casa e il mio

cuore

mai chiusi che passino

gli uccelli, gli amici,

e il sole e l’aria”

Sia buono il tempo di ogni nostra lettura poiché dalle parole e dai colori che esse portano quotidianamente traiamo sostanza e terra.

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