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opera di Samantha Torri – La primavera è questione di avercela dentro…

Samantha Torri

A volte accade che il cielo conservi segreti impressi sul suo volto.

Quella mattina calda e afosa ero uscita ben presto per recarmi a Villa Carolina, un piccolo spazio verde, riparato dal sole e dal rumore cittadino.

Mi sentivo stanca, il mio passo lo era, sembrava che ogni gesto, per piccolo che fosse, avesse un peso enorme.

Arrivai lentamente alla panchina all’ombra di un albero con poco fogliame.

Mi lasciai scivolare su quel ferro caldo e cominciai a perdere i miei pensieri, legandoli come funi ai bianchi contorni delle nuvole, fumanti il mio avvenire.

Ad un tratto mi accorsi della presenza che mi stava accanto.

Emersi di colpo dai miei voli, una signora mi stava chiedendo qualcosa.

Indossava una camicetta a fiori ed una gonna arancione, aveva modi gentili ed un aspetto curato.

Si presentò e allegra mi mostrò una borsa di stoffa, di sua completa creazione.

Era una cosa talmente piccola da non poter contenere neppure un portamonete, aveva all’interno una breve cerniera da cui estrasse cinque diversi bottoni.

Erano bottoni preziosi, riconobbi il materiale di cui erano fatti e anche il loro elevato costo.

Risplendevano colorati come gioielli preziosi e di vetro, avevano diverse dimensioni.

-Mi chiamo Maria e questo è il mio hobby o meglio uno dei tanti esordì sorridendo.

Seguì la mia breve presentazione, dissi subito che ero in convalescenza, mi parve d’essermi liberata di un primo peso. Poi aggiunsi che quel clima di pianura, troppo umido, non giovava al mio stato,mi fiaccava le gambe e anche lo spirito. Maria annuiva e mi accorgevo che era dispiaciuta, non si perse d’animo però anzi mi propose di lavorare con lei, così il tempo sarebbe passato alla svelta e forse avrei deposto per un attimo quel pesante libro che sembrava poi non interessarmi.

Il giorno seguente ci ritrovammo sedute alla stessa panchina. Maria svelta estrasse dalla sua sacca pezzi di seta, lino, cotone, scampoli di tessuti di vario peso e colore e me li consegnò, dicendo di inventare qualcosa.

-Su due piedi non mi viene proprio niente le risposi seccata, incrociando il suo sguardo incuriosito.

Intanto Maria continuava a cucire la borsetta del giorno prima che aveva chiamato Pilù. Allora presi due pezzetti di lino e ne feci una nuvola, feci una pozza fresca d’acqua d’estate con la seta azzurra, poi ritagliai un sole di cotone e un tramonto di jeans. Potevano essere delle applicazioni per borse più grandi, magari quelle un po’ sformate dal peso della spesa. Quella giocosa attività durò un mese, poi ripresi il mio lavoro d’ufficio.

In quei giorni, per sempre candidi nella memoria, mi smarrii ogni giorno ad inseguire nuove nuvole e altri cieli, intanto le dita si facevano più svelte, di nuovo sicure tenevano i fili ricuciti della mia vita. La mia terra era un giardino che io fiorivo, cucivo, trasformavo appassionata. I silenzi erano parole che cercavano radici profonde, appigli concreti alla tanta voglia di vivere.

Fili visibili ora scivolavano precisi tra le nuvole del mio Essere.

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