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“Pioveva su Roma, una fitta pioggia autunnale che non faceva molto rumore e copriva di un velo il buio della notte. Prima dell’alba i soldati tedeschi avevano sparato diffusamente intorno alle vie strette del vecchio ghetto: sparavano in aria, nel deserto del coprifuoco, senza scopo apparente, e questo rendeva ancor più inquietante il fragore dei loro spari. Qualcuno si era alzato ancor prima dell’alba, nella Casa e nelle case vicine. Era annunciato un rifornimento di sigarette, quella mattina, ed era meglio mettersi in coda presto dal tabaccaio dell’Isola Tiberina, là accanto. Erano tanti a fumare, allora, e le sigarette erano un bene raro e rassicurante”.

In questo libro, denso nella sua brevità, una casa del ghetto, situata al n° 13 di Via Portico d’Ottavia, diventa metafora della grande e incolmabile tragedia della deportazione.
Questa microstoria, come la definisce la stessa autrice, rivela la profonda luce e l’eco palpabile che resta viva nel lettore, al termine del suo percorso di lettura.
Un libro che non si dimentica facilmente.
Ci si interroga, ci si sofferma su ogni punto del racconto come se quella casa apra ai nostri occhi, oggi, le sue stanze.
Le stanze della casa, abitate da volti e persone che hanno nomi e cognomi, sono illuminate e “penetrate” con occhio vigile e cuore vigile dalla storica Anna Foa.
Dentro le piccole storie risiedono le emozioni che hanno tessuto i momenti di vita di tanti, identificati, chiamati con il loro nome, cognome, soprannome.
Sembra che i loro pensieri possano legarsi ai nostri attuali, poiché nel racconto così particolareggiato, emergono i loro volti, le paure, le convinzioni che li hanno indotti spesso a non scappare, a non abbandonare la casa.
Alla nitidezza della narrazione si contrappone la casualità dell’ evento, della deportazione.
Una sottolineatura importante è data dal fatto che le condanne, dunque le sentenze emesse durante i processi del dopoguerra per collaborazionismo e sequestro di beni ebraici, furono alquanto miti.
A Pag. 107 leggiamo:
“Attraverso questi e analoghi giudizi, in sé profondamente iniqui, tuttavia, si guardava anche ad un futuro di riconciliazione e si pensava che solo senza vendette questo futuro sarebbe stato possibile”.

Il saggio offre con puntualità un volto ai nomi e ai volti. Il fine è ben chiaro e precisamente indicato dalla Foa. Rivolgere gli occhi e la mente, la propria contemporaneità, a persone cui la vita brutalmente fu tolta, quasi nella loro inconsapevolezza.
Desidero manifestare la sensazione che ha mosso i miei passi di lettrice che spesso è tornata a rileggere, per non perdere il filo-memoria, nessun volto-nome.
Mi è parso di vedere la casa, i suoi gradini, il cortile, le logge, le porte “animarsi” di vita.
Quasi una fotografia che ho scattato mentalmente.
Una fotografia cucita di nomi e cognomi, di piccole vite terminate, di alcune vite salvate.
Feritoie di memoria, feritoie di profondità, di restituzione, di riflessione.
Un libro pregno di nitore, un atto d’amore direi per la storia che continua a tessere fili rossi di memoria, segni del tempo nel tempo.
Tempo che non si archivia ma da consegnare e tradurre, condurre, quasi per mano, a giovani lettori affinché ci sia consapevolezza del vero senso, senza alcuna retorica, della memoria, un passaggio in un “guscio” da serbare con cura.

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