Il lume

“Non possiamo vivere che nel frammezzo, esattamente
sulla linea ermetica di condivisione dell’ombra e della luce.
Ma siamo irresistibilmente gettati in avanti.” -René Char

.

leonora carrington

leonora-carrington

C’erano ombre in quella stanza disadorna
e un vecchio lume abbandonato
A un passo dal sogno l’avevo scelto
fantasticavo sul tempo trascorso
Vestito di attese
subito consegnato ad un mago d’effetti speciali
ora mi fa compagnia regalando cento
soste alla mia attenzione.

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In penombra un volto

foto Cristina Chiappani

colato da un grumo
di pane lievitato
colline e migrazioni
di un oltre
Altro è l’abito vivente
cucito a doppio filo
nell’asola di un sogno
Oscuro brillio di un residuato
bellico il giorno
In ripetenza
un pianto fanciullo
.

Spesso

La fonte, Romina Dughero

ho camminato braci

il rovescio del  canto

.

silenzio parola di tra verso

e fuoco improvviso in cieli stretti frugati

.

frugali alloggi

nel luccicare disadorno delle stelle

.

ho raccolto

una voce

.

una distesa di vento

e sale

.

di mare l’adagio di un palco

fino a un trono di neve

.

dove dormire la quiete

finalmente le mie vene.

 

 

tra-me e fughe

fotografia di Cristina Chiappani

In piedi davanti alla finestra della cucina guarda fuori.

Vede la dirimpettaia ritirare la biancheria che ha steso ad asciugare di prima mattina.

Con questo bel vento è bella e asciutta, sembra significare l’ espressione beata della signora Michelina, svelta a sottrarla ai mulinelli del vento.

Poi, di colpo,  distoglie lo sguardo da quella scena domestica e con gesti consumati si dirige verso la credenza del soggiorno.

Fruga tra vecchie bollette, pagate, tra pagelle e gualciti biglietti augurali e poi lì davanti un mucchio di fotografie, stanno così  alla rinfusa, in bianco e nero e a colori, recano scritte sul retro le date.

L’ingenuità dei numeri sbirciò tra le lettere aperte

e vespe di a rotonde

rotolarono fuori dal nido

Ne pesca qualcuna a caso.

In questa eccola il giorno della Prima Comunione sotto il braccio del fratello. In testa una strana coroncina di fiori semplici. Che buffa !! quasi una bomboniera.

Le viene da ridere e pensa come sono cambiati i costumi.

Poi, rimescolando tra quelle carte un poco sbiadite, si imbatte in una serie di foto tessera dei figli.

La memoria riporta indietro quando erano tutti a casa, una famiglia sempre unita.

Ho fatto come mi hai insegnato
disciolte le ultime stelle
– le mie violette preferite –
nella stanza che diventa cielo
il mare (è) sigillo di memoria
intatta l’ ultima sillaba d’amore.

Eccoli al mare quando  si recavano fuori dalla regione per abitare una grande casa in affitto.

Quanti ricordi e vari profumi. Latte solare per la sua pelle bianca e soggetta all’ eritema solare, libri a non finire per la figlia adolescente affamata di saggezza, macchinine rotte e bulloni per il piccolo meccanico, caro dolce vivacissimo figlio, poche carezze ma tanto amore per il loquace marito.

Poi l’ immagine di sua madre, seduta sul moscone, mentre il sole già sparisce.

Ripetenze di piccoli cerchi
gesso colorato su sbriciolato asfalto
asciugati giochi bambini.
Di notte la casa non dava respiro
mi addormentavo su cemento

quasi trasparente di balcone

il pianto di mare lontano

sospirava lusinghe

.

madre scoperchiami gli occhi.

fotografia di Isabella Faro

Pensa a lei e forse le vengono le lacrime. Poi sente nostalgia e malinconia nell’ accarezzare l’ immagine di suo padre. Quel padre non le permise di fare gli studi universitari ma la chiamava sempre con affetto e generosità MIMI’.

Sono voci di mare in tempesta

a indolenzire giorni di dubbi

e sale trattenuto tra sussurri

ho mani imperfette

a stirare notti gualcite

.

in un cassetto fresco l’abito d’erba.

I pensieri ora corrono a briglie sciolte, affiorano, si intrecciano, si fonde tutto.

Ad un tratto il citofono la riporta alla realtà, una voce le ricorda di dover fare la spesa per l’ indomani. E’ il marito, sempre a lei accanto, unica presenza fissa nella sua ancora giovane vita.

Ma questa volta la spesa non è quella solita.

Si avvicina il Natale e c’è da pensare alla Vigilia, bisogna comprare le mandorle e la cioccolata per fare i dolci buoni che piacciono a tutti, a tutta la famiglia che di nuovo- magicamente- si riunisce.

(7 luglio 2006)

un cerchio e il mare

“Pennellate di vento”: fotografia di Isabella Faro

il fiato corto per le corse, mulinelli di sabbia e il sole che scotta

la musica all’orecchio racconta…

 

Andrò

dove la luna è sopra la rupe

sillabe di parole sfilano al vento

acqua si fonderà ad acqua

più sottile la linea della vita

– un cordoncino –

le chiederò di portarmi dove crescono i sogni

.

la navigazione è un disegno fatto sulla fronte da tua madre

Le prime stanze

fotografia di Gianni Atzeni

Ho fatto come mi hai insegnato
disciolte le ultime stelle
le mie violette preferite
non incantano l’inverno dentro
indosso l’abito del silenzio
nella stanza che diventa cielo
il mare sigillo di memoria
intatte le ultime sillabe d’amore

28/04/2008

parole amiche

Jennifer Gordon – Orchid

Pensieri si srotolano veloci.

Li rinchiudo vivi, lucidi, inchiostrati.

Così potrai leggere di un’amica più vicina e ti sentirai, ne sono certa, meno sola.

Intanto alla radio passa Alibi di Mina.

Sono a casa. La mia casa ha un’anima, lo sai. Ti ricordi quando mi accompagnavi a cercare quello che mancava per arredarla? Ridevamo complici, divertite, per il risultato formidabile di aver trovato ciò che altri avevano invece ignorato.

Sto qui, seduta nella mia camera preferita, tinteggiata di rosa glicine. Annidata, sprofondata nei cuscini del divano che sembrano tenermi in grembo ed abbracciarmi.

Immagino le finestre aperte e un profumo di gelsomino. E’ bello avere fantasia. Mi aiuta molto, sai?

Oggi ho preso una pausa con le banalità di una giornata piatta.

Siamo strane amica mia, è vero, quando abbiamo paura di risposte. Che conosciamo già e non vogliamo esibire sul palcoscenico della vita.

Quando seguitiamo a battere le mani. Ad accennare sorrisi. Con le labbra più sottili.

Con gli occhi che non ridono. Spenti.

Ad accettare stupide scuse. Alibi non colpevoli. Evidenti assenze e mancanze.

A sussurrare bugie che rinchiudiamo qui, ora.

Forse solo per un suo abbraccio. Per sentire ancora quel “ti amo”. Detto sussurrato. Senza troppo rumore.

O perché ci ostiniamo ad inseguire il nostro progetto. Costi quel che costi.

Penso che le ragioni delle nostre scelte non sono sempre razionali.

Le mie sono sempre state scelte d’amore, anche se non riesco a giustificarle fino in fondo. Forse non è neppure possibile farlo.

In questo periodo la mia opinione è che tu mi risparmi cose non dette. Che chiudi in te. Se solo ti raccontassi. Non ti farò domande. Anche perché ci siamo dette sempre tutto.

Ti ricordi quando sembrava crollasse il mondo addosso?

Proprio allora arrivavi. Sera o mattina o cena o domenica o lunedì. Con uno sguardo intuivi come renderti utile. A volte parlavamo fitto per ore. Non mi risparmiavi parole scomode. Dicevi chiaro ciò che pensavi quando intuivi una mia idea stravagante.

Ho sempre voluto che nell’amicizia ci fosse il coraggio. Di dire e fare ciò che si pensa.

Allora era bello sentire di possedere una catena.Quella della solidarietà autentica che si costruisce solo nelle amicizie vere. Tra donne che non sono bambole o burattini senza fili. Che non hanno paura di piangere. Per fragilità, a volte.

Che amano ridere. Senza paura di sembrare fuori luogo.

Ora ti osservo. Tu non parli o ti limiti al banale.

Non vado al di là del confine che tu, stranamente, hai tracciato.

Ti senti di combattere da sola? Non  sarà facile. Neppure per te.

Forte e passionale.

Ma è il tuo volo. Prendilo!

Ti sforzi di sembrare contenta. Ti vedo stanca. Che strano non mi hai mandato neanche un sms a proposito del “ritardato” regalo.

Ti è piaciuto?

Mi chiedo se abbiamo ancora da seminare nel campo della nostra amicizia.

Forse manca il sole e i frutti non arrivano. Schiacciati dalla nostra quotidianità, dal bisogno di piacere, di dare, di donare. Sempre.

Che ci soffoca.

Ma noi no. Non permettiamo a niente di annullarci il cuore.

Il mio lo sai, ogni tanto si ammala. Conosci la malattia dei ricordi?

Ce l’hai anche tu.

Allora camminiamo per le nostre strade, diverse, condividiamo la nostra guarigione.

Non voglio lasciarti con pensieri pesanti o scomodi.

Voglio condividere una riflessione. Voglio pensarmi e pensarti mia amica.

A proposito… prenoto due posti per quel film di Ozpetek. E’ il nostro appuntamento annuale. Non possiamo mancarlo!

Aspetto risposta/sms. Possibilmente in giornata. Baci

01/03/2007

Lascia perdere la matematica

  Rafael Olbinski

.

Nel grande cortile dell’Ateneo si erge la Dea della Vittoria.
Qualcuno mi raccontò che il suo sguardo era temibile, non lo si poteva fissare prima della fine degli esami.
Subito lo sfidai. In fondo non poteva non trattarsi di una leggenda metropolitana, nata per spaventare le sprovvedute matricole.
Per quale ragione poi temere una statua.

A mio padre, a volte, faceva piacere accompagnarmi in treno il giorno dell’ esame.
Forse perché voleva dimostrarmi di  comprendere quanto fosse difficile studiare giurisprudenza da autodidatta, dopo essermi immersa in adorati spazi di letteratura greca e latina.
Quel viaggio condiviso era per me fonte di gioia ma altresì di preoccupazione.
Pensavo alla contentezza e, all’opposto, al dispiacere che gli avrei dato, immaginando un diverso esito dell’ esame.
Non volevo dispiacerlo. Questo il primo pensiero mentre ripassavo col codice di diritto civile aperto sulle ginocchia 

“ritorni racchiusi dentro sudati treni di seconda classe

 la musica sottrae a sguardi insistenti

 a volte si ferma

 una nuova partenza vela l’allegria”

.

Poi una nuova stagione.
Eccomi scendere le scale di casa, al suo braccio, con l’abito da sposa.
Ed io a ripetere – ricordati di sollevarmi il velo.. appena in chiesa – ed ancora  – non correre verso l’ altare –
Mi chiedo chi dei due fosse più emozionato e confuso quel giorno.
A poca distanza lo rivedo quando, ancora inesperto di Internet, trovò il giusto contatto con quell’ospedale. Devo a mio padre l’essermi affidata a mani esperte.
Insieme abbiamo combattuto. Così la “luna piena” è fuggita lontano.
Arresa e vinta dal nostro testardo combattimento.

.

Ora che la distanza geografica ci separa, il telefono non permette di parlare come un tempo.
I dialoghi restano vivi, sono passato e presente, riempiti dal suo essere a volte esigente, ma sempre premuroso
– lascia stare i conti e le cifre. Lascia perdere la matematica
– inventa quello che vuoi. Lotta per averlo
– abbi coraggio anche se c’ è un nuovo orizzonte da vincere e questa volta è oscuro.

Mi hai insegnato che fa bene discutere e anche litigare con la vita, quando questa non ci rispetta.
Sai ancora adesso mi capita di camminare contro vento.

E come in quei viaggi in treno ho un caldo giaccone cui attaccarmi.
Non temo poiché quello che io sono l’ ho imparato a casa nostra.
In una terra arsa dal sole. Rossa di papaveri.
Dove la campagna è sempre assetata.
Dove il cielo è di un colore così intenso che ti perdi a guardarlo.

Perché ti fa sentire piccolo. Anzi niente, al suo cospetto.
Non mi dichiaro figlia del mondo.
Sono figlia tua.