nei pensieri e nelle stelle

opera di Anna Redaelli
anna
.
Inseguo con gli occhi i rami
dell’ albero le foglie
sono strette al cuore le radici
hanno casa prossima
sono sete
fanno il mio respiro
memoria d’amore
negli occhi nel bianco dell’attesa
nei pensieri che confondo col vento
nelle stelle in cui mi perdo

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foto di Angelo Moscarino

Angelo Moscarino

Gesti di parole
e la sera è rossa di tramonto

risuona ogni suono
nella casa isolata

un tempo erano mie le stanze d’ombra
la notte era una lettera
azzurra e bianca

chiusa nel velo breve della neve
incisa

.

Il primo verso, inedito, appartiene ad Alba Gnazi che ringrazio

Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43 – Anna Foa

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“Pioveva su Roma, una fitta pioggia autunnale che non faceva molto rumore e copriva di un velo il buio della notte. Prima dell’alba i soldati tedeschi avevano sparato diffusamente intorno alle vie strette del vecchio ghetto: sparavano in aria, nel deserto del coprifuoco, senza scopo apparente, e questo rendeva ancor più inquietante il fragore dei loro spari. Qualcuno si era alzato ancor prima dell’alba, nella Casa e nelle case vicine. Era annunciato un rifornimento di sigarette, quella mattina, ed era meglio mettersi in coda presto dal tabaccaio dell’Isola Tiberina, là accanto. Erano tanti a fumare, allora, e le sigarette erano un bene raro e rassicurante”.

In questo libro, denso nella sua brevità, una casa del ghetto, situata al n° 13 di Via Portico d’Ottavia, diventa metafora della grande e incolmabile tragedia della deportazione.
Questa microstoria, come la definisce la stessa autrice, rivela la profonda luce e l’eco palpabile che resta viva nel lettore, al termine del suo percorso di lettura.
Un libro che non si dimentica facilmente.
Ci si interroga, ci si sofferma su ogni punto del racconto come se quella casa apra ai nostri occhi, oggi, le sue stanze.
Le stanze della casa, abitate da volti e persone che hanno nomi e cognomi, sono illuminate e “penetrate” con occhio vigile e cuore vigile dalla storica Anna Foa.
Dentro le piccole storie risiedono le emozioni che hanno tessuto i momenti di vita di tanti, identificati, chiamati con il loro nome, cognome, soprannome.
Sembra che i loro pensieri possano legarsi ai nostri attuali, poiché nel racconto così particolareggiato, emergono i loro volti, le paure, le convinzioni che li hanno indotti spesso a non scappare, a non abbandonare la casa.
Alla nitidezza della narrazione si contrappone la casualità dell’ evento, della deportazione.
Una sottolineatura importante è data dal fatto che le condanne, dunque le sentenze emesse durante i processi del dopoguerra per collaborazionismo e sequestro di beni ebraici, furono alquanto miti.
A Pag. 107 leggiamo:
“Attraverso questi e analoghi giudizi, in sé profondamente iniqui, tuttavia, si guardava anche ad un futuro di riconciliazione e si pensava che solo senza vendette questo futuro sarebbe stato possibile”.

Il saggio offre con puntualità un volto ai nomi e ai volti. Il fine è ben chiaro e precisamente indicato dalla Foa. Rivolgere gli occhi e la mente, la propria contemporaneità, a persone cui la vita brutalmente fu tolta, quasi nella loro inconsapevolezza.
Desidero manifestare la sensazione che ha mosso i miei passi di lettrice che spesso è tornata a rileggere, per non perdere il filo-memoria, nessun volto-nome.
Mi è parso di vedere la casa, i suoi gradini, il cortile, le logge, le porte “animarsi” di vita.
Quasi una fotografia che ho scattato mentalmente.
Una fotografia cucita di nomi e cognomi, di piccole vite terminate, di alcune vite salvate.
Feritoie di memoria, feritoie di profondità, di restituzione, di riflessione.
Un libro pregno di nitore, un atto d’amore direi per la storia che continua a tessere fili rossi di memoria, segni del tempo nel tempo.
Tempo che non si archivia ma da consegnare e tradurre, condurre, quasi per mano, a giovani lettori affinché ci sia consapevolezza del vero senso, senza alcuna retorica, della memoria, un passaggio in un “guscio” da serbare con cura.

Daniela Andreis

ph- Magaly Ohika

Magaly Ohika

 

ho dimenticato qualcosa da te,
forse il nervo ottico, le iridi con il prato
un braccio liquefatto che dalle spalle
annega la schiena, toglie il fiato;
ho ricordato qualcosa di te,
come si ricorda primavera da una piccola rosa
un poco sofferente,
nell’aiuola sotto casa.

*

gli occhi arrivano prima
dell’ostacolo
ma quel giorno sono stati così lenti
che mi si sono spezzata le caviglie
come gambi vuoti di grano
paglia di agosto, San Lorenzo ancora in cielo,
giallo infiammato.

 

 

Tempo sospeso

Romina Dughero

rdu

lasciarsi abitare dagli archi romantici della penombra

restituire alla luce gli abbracci

del giorno sognare la casa adorna / di rosei contorni i risvegli.

un biglietto

foto di Daniela Rosi

daniela rosi

Là dietro i tuoi occhi
si accenderanno stelle addormentate
s’ involeranno cascate nei colori dell’iride
abiterai la casa del respiro
sarai figlia di luce e acqua di mare

 

c’è il vento

Foto di Angela Regina

angela regina

e c’è il vento

sorella di giochi

tra casa e oltre

a dire parole

e se il mare grosso

volgerà nell’inchiostro

sarà fiori di vetro e brina

sugli occhi asciutti

Presupposti di asciugature al sole nel vento tra-me

Catrin Arno

come uscire da un guscio molle

l’interiorità da osservare e tenere pulita oltre le cose

il tatto mutevole la casa che abiti

e nel lasciare vecchie abitudini attesa di compimento

primizia il lieve candore che accerchia le gote

un foglio di essenze lo sguardo a osservarti

acqua concepita goccia nel creato

resto intatta su radice di occhio a te-ssere

 

22 ago. 11 -per Arianna