Ana Kapor – “Finis Terrae”

L’istinto al viaggio di memoria omerica è in ognuno di noi, senza dubbio, e forse, forzando un po’la mano, stringendola come in una nuova conoscenza nella quale lasciar emergere qualcosa di noi, oserei che anche il mistero è insito nella nostra natura. Anche umana.

Sono approdata al percorso pittorico, discorrendone con la mia amica Elina e dopo una peregrinazione nei meandri del centro storico della città che lo ospita: un desiderio crescente, un valore aggiunto per i centoventi chilometri d’auto, mirabilmente premiato dalla visione. Si, perché di visione si può e si deve parlare.

Entro in una accogliente doppia camera dai soffitti a volta e dalle pareti color crema, con cornice dorata “da quadro” ad ingentilirne il confine con il soffitto; l’azzurro-turchese-celeste mi viene incontro in rettangoli di tavola dipinta ad olio, cerchi di tela ancora ad olio e sensazioni di carta acquerellata incorniciate: le opere di Ana Kapor, penso, immediatamente, sono misteri da decifrare.

Allora mi avvicino, tolgo gli occhiali da miope ed osservo…

Pennellate minuziose, rigore sfumante nel sogno, geometrie di gusto italiano, paesaggi dell’altrove e dell’oltre, dettagli precisi ripetuti quasi a voler convincere d’esserci. Ho il catalogo – prezioso, magistralmente realizzato, finalmente bello – solo per leggere i titoli delle opere, ma voglio “leggere” io, mi dico all’inizio del percorso, che si rivelerà di interrogazione, di suggestione profonda, di chiarimento con me stessa. Non sono un critico d’arte, che sia noto, indago solamente tra me ed i miei versi che la carta accoglie benevola.

La sensazione dell’incontro intimo tra un est conosciuto attraverso la perizia delle preziosità e la formazione italiana si evince al primo sguardo; la commistione tra cieli e specchi d’acqua avvolge; gli alberi, nelle loro varie espressioni, cercano l’occhio attento; i castelli, catturano. In un sentire metafisico di sospensione, ai ponteggi sempre presenti a reggere piante e portali ho istintivamente attribuito il ruolo del divenire, del continuare a compiersi, del costruire ancora realtà e sogno. Alla sensazione della pietra sono riuscita a sottrarmi per la forma rettangolare di molti dipinti, che mi ha permesso di fuggire oltre qualsiasi punto, come quelle bandierine mosse da un vento sottile verso est al quale si ritorna, come in circolo virtuoso, attraverso connubi arabeggianti di torrette fino all’epifania di Castel del Monte chiuso a ragion veduta in una pittura di mistero.

Ho percorso allora e ripercorso lo spazio espositivo, guardando ogni volta un dettaglio, fermando mentalmente un attimo per poi ritrovarlo altrove ed in me; non ho indagato su cosa potesse accadere al di là dei confini dipinti, su chi potesse esserci oltre quei muri, quasi per non permettere al reale di fuorviare la visione e portare, così, nel mio viaggio di ritorno questi misteri sublimi…

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